Ancora erbe spontanee!

Sì lo so. Sono tremendamente noiosa. Non sono utile per l’identificazione delle piante. Non sono -ovviamente- una cuoca, la mia regola in cucina è “sempre misure ad occhio con quello che c’è” e quindi Niente. Condivido tanto per condividere. Perchè le erbe spontanee sono così belle da sole, che pubblicarne fotografie anche fatte con cellulare economico, è un omaggio alla bellezza e alla potenza della natura.

Lapsana communis: molto comune, tenera, depurativa. Leggermente amarognola, ma molto meno del tarassaco. Può essere usata sia cruda che cotta, io la sostituisco senza problemi in tutte quelle che ricette che vedrebbero lo spinacio come ingrendiente. In questo caso, un curry inspirato alla tradizione indiana (ma liberamente inventato) con lassana, cipolla rossa e kefir di soia a dare la nota acidula e cremosa.

 

Parietaria officinalis: molto ricca in minerali, depurativa e diuretica.

Humulus lupulus

Mentha longifolia: digestiva, diuretice a profumata! Non ha bisogno di presentazioni.

Quando ho a disposizione misticanze di questo tipo, in cui gli aromi amarognoli e le basi più neutre possono miscelarsi felicemente, aggiungo le erbe dove capita, un po’ qui un po’ lì 🙂 Per la serie: il verde fa tanto bene alla salute, le spontanee sono mediamente molto ricche in minerali importanto quali calcio, magnesio, ferro e aiutano a colorare e migliorare ogni piatto!

Quindi le aggiungo semplicemente frullate all’impasto per la farinata o ancora cotte e sminuzzate, con papate o bulgur, per uno sformatino al volo!

 

 

Chiudo il piccolo capitolo delle non-ricette. ASpettando che le verdure coltivate nell’orto comincino a donarci qualcosa!

 

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Vellutate di spontanee, insalata selvatica e risotto alle malerbe

Il titolo è più lungo delle ricette 😁

Dal momento che non vendo nulla e non guadagno nulla dalle pubblicità (se ne vedete sono quelle di wordpress che non dipendono da me) inutile dilungarmi con tre articoli diversi!

Propongo un post primaverile in cui raccolgo alcuni suggerimenti sulle modalità più semplici e piacevoli, per noi, di usare le erbe selvatiche in cucina 😊

Inizio con le mie erbe preferite per l’insalata! La Stellaria media o centocchio e l’acetosa quando molto tenera o Rumex acetosa, unite a qualche foglia (per ora, sta appena ripartendo, presto ne avrò a bizzeffe) di ruchetta o Diplotaxis tenuifolia  compongono un mix perfetto per le insalatone, in cui si combinano sapori acidognoli, piccanti e neutri. Per gli amanti dell’amaro l’evergreen -è il caso di dirlo- è naturalmente il tarassaco (non presente nell’immagine sopra)!

Come sempre condisco ormai senza olio, solitamente con una miscela di miso e un aceto non pastorizzato a scelta, talvolta aggiungendo anche kefir o yogurt di soia, lievito alimentare in scaglie o crauti.

Per aromatizzare delle buonissime fave pugliesi per un ful (un esempio di ricetta qui) mi diverto con l’erba cipollina.

Altre erbe invece le raccolgo per un utilizzo prevalentemente cotto, di solito per vellutate dal momento che questo le rende molto gradite anche a entrambi i bambini 🙂

Le proporzioni tra le erbe possono variare (consiglio di andarci piano con le Reynoutria di cui ho già scritto qui) perchè il sapore molto limonoso potrebbe prevalere parecchio sulle altre, ma in piccola quantità è eccellente e contribuisce alla cremosità finale.

Nel minestrone o vellutata vanno la Silene vulgaris (ottima anche nei risotti!), i giovani getti di Humulus lupulus (anche lui perfetto in risotti e farinate), Lapsana communis, Symphytum officinale o consolida, ortica e infine Knautia arvensis.

La semplicità fatta ricetta è semplicemente buttare le erbe (pulite) tutte assieme con acqua o brodo vegetale, aggiungere aromi e sale a piacere, patate o fiocchi di avena per rendere più cremoso e saziante la vellutata finale. Infine dopo pochi minuti di cottura (o appena le patate sono tenere nel caso utilizziate patate), frullare il tutto con frullatore a immersione 🙂

In foto sopra ortica, consolida, lassana, reynoutria.

Si distinguono qui knautia, reynoutria, silene e qualche fogliolina in centro di Salvia pratensis.

Luppolo.


Foto sopra: silene e reynoutria.

Mi piace sottolineare quanto sia piacevole la raccolta delle erbe spontanee, MA naturalmente raccogliete solo QUANTO vi serve -con gentilezza, senza strappare, lasciando alcune piante integra- e solo ciò di cui siete assolutamente certi. Può a volte non essere sicurissima la specie, ma dovete essere sicurissimi di non confondervi con nulla di tossico.

Cercate buoni libri per il riconoscimento (io ho inserito link a wikipedia, non è sufficiente per il riconoscimento!) ed eventualmente un confronto con altri.

Raccogliere i doni della natura è sano, ecologico, economico, divertente!

Al prossimo giro scriverò due righe sui vantaggi dal punto di vista nutrizionale, stay tumed 😉

Reynoutria japonica

Dal momento che l’inverno qui la sta tirando per le lunghe, mi sollevo il morale godendomi la confettura di Reynoutria japonica fatta l’anno scorso. Per accompagnare un semplice pane di segale integrale, lievito con pasta madre, è perfetta!

Considerata molto invasiva è possibile raccoglierne in gran quantità senza timori! E lo segnalo adesso, anche se la stagione primaverile si sta facendo attendere, perchè sarà tra le prime piante a germogliare e cacciare i giovani getti, che sono la parte commestibile (foto a seguire dell’anno scorso).

Può essere consumata, eliminando se serve la parte più fibrosa esterna e lasciandola preventivamente in ammollo una mezz’ora in acqua, un po’ come gli asparagi. Ma il sapore è del tutto diverso: acidognolo, ma non amaro, ricorda un poco il rabarbaro. Ed esattamente come il rabarbaro si presta a preparazioni dolci! Da sola (con zucchero e limone, è possibile seguire le ricette per il rabarbaro) o in associazione alle mele o altra frutta.

In versione salata i giovani getti, una volta cotti, hanno una consistenza delicatissima che si scioglie in bocca.

Consiglio caldamente la raccolta di questa pianta, purché si faccia attenzione a non raccoglierla in zone inquinate o vicine alle strade.

Hemerocallis fulva

L’Hemerocallis fulva, detta anche giglio turco (da non confondersi con il giglio di San Giovanni, dal fiore molto simile, poiché quest’ultimo è tossico!) è un fiore meraviglioso a cui si aggiunge l’indubbio vantaggio di essere commestibile. E praticamente in ogni sua parte: il bocciolo, il fiore, i giovani getti ed anche il rizoma.

Qualche indicazione, sebbene in inglese, nonché il suggerimento per il modo di consumare i boccioli, si trova qui.

Ho trovato questo scrigno di bellezza nel nostro nuovo giardino e non ho resistito alla tentazione: i fiori aggiunti alle insalate hanno un sapore molto delicato, perfetto per smorzare i toni di foglie dal sapore più marcato (in foto, con la fortissima rucola del nostro orto, accompagnato da crackerini fermentati di mandorle e di boulgur).

Il rizoma non l’ho ancora assaggiato, dal momento che non ho intenzione di sradicare una pianta ora, ma conto di poter scrivere qualcosa in autunno!

La vera goduria per me sono stati i boccioli fiorali ancora chiusi: saltati con un poco di olio e di sale si sono rivelati una delizia che è piaciuta anche a Zoe! Solitamente restia alla verdura in generale e alle novità sopratutto.

Aspetto di raccoglierne qualcuno in più per metterli in salamoia e provarli anche fermentati! Se qualcuno si lancia prima di me, fatemi sapere!

Amicizia, autoproduzione e dono

Come spiega Grazia con la sua consueta ironia e chiarezza, decrescita non significa povertà.

Non significa nemmeno -per me- dover saper fare per forza tutto e trovare per forza il tempo di fare ogni cosa.

Per me significa ritrovare altri valori e quindi priorità e, con questi, nuove forme di felicità. Non sacrificio.

Le ultime settimane per me sono state un dono continuo, di persone che mi hanno donato la loro presenza e posso citare in ordine sparso Silvia, Annalisa, Cristina, Edu e Anna 🙂 ) , di letture, di frutti della natura e anche sì, di doni materiali.

Fatti con il cuore tra l’altro, regalandomi il piacere del dono e l’utilità di una conoscenza che mi manca.

Per esempio saponi, che io ancora non faccio, ma che vita vuole ogni tanto mi arrivino, sarà destino 😉

QUindi niente, voglio celebrare: un piccolo tributo fotografico alle piccole cose che mi hanno fatta sorridere e commuovere, che mi hanno resa soddisfatta, che mi hanno intrigata, che mi raccontano una storia.

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Prove tecniche di Caragana arborescens

Qualche anno fa ho piantato 3 piccoli arbusti di Caragana arborescens.

Era il 2011  🙂 Le piantine erano state acquistate on-line, arrivavano a radice nuda dalla Germania. C’è voluto dunque un poco prima di vederle davvero rigogliose (una è anche stata spostata a distanza di un anno dal primo impianto).

Abbiamo deciso di sfruttare le molte proprietà che le contraddistinguono, mettendole in una zona in cui davvero non potremmo piantare altro: sopra l’argine artificiale del torrente che costeggia un lato del giardino. Quindi terra estremamente povera, sabbiosa, molto secca in estate, esposta ai venti freddi che d’inverno scendono lungo il torrente.

Ovunque, nei siti di permacultura, leggo tessere le lodi di questo arbusto come frangivento, miglioratore del suolo (essendo una leguminosa è in grado di fissare l’azoto), controllo dell’erosione grazie all’apparato radicale sviluppato.

E’ nota per essere una pianta di cui diverse parti sono commestibili (altro esempio di scheda qui), ma nessuno che scriva di usarla davvero a scopo alimentare. Si scrive che il sapore è delicato, che i semi sono piccoli (verissimo) e che è una rottura di scatole aprire i baccelli (verissimo) e pertanto viene relegata come fonte potenziale solo in caso di carestia o giù di lì.

E’ anche noto come i baccelli si aprano, quando completamente secchi, “lanciando” i semini attorno.

Quindi ho pensato, lascio fare alla pianta! Ho raccolto i baccelli quando erano ancora verdi ed i primi cominciavano a seccare. Li ho lasciati seccare esposti al sole su un vassoio, ma coperti con un telo ed ho atteso qualche giorno.

baccelli cargana

Funziona! I baccelli si sono aperti, i semi sono fuoriusciti da soli (solo qualcuno qui e là resta attaccato). Io ho separato a mano i baccelli secchi, ma costruire un setaccio di dimensione consona ai semi renderebbe il lavoro necessario praticamente nullo!

E’ vero che la resa è scarsa (gente, credo di averne qualcosa come 4 cucchiai 😀 , ma le mie piante sono ancora piccole, dall’immagine del “Raccolto” nell’insalatiera è facile capire quanto ne avessi), ma con un setaccio il lavoro di pulizia sarebbe velocissimo e -a parte la raccolta- la pianta non richiede alcun altro lavoro, non c’è da arare, seminare, mettere sostegni, concimare ecc. E’ un regalo della siepe 🙂

semi caragana

Ora rimane solo da costruire un setaccio, per l’anno prossimo!