contorni, decrescita, erbe spontanee, orto e giardino

Hemerocallis fulva

L’Hemerocallis fulva, detta anche giglio turco (da non confondersi con il giglio di San Giovanni, dal fiore molto simile, poiché quest’ultimo è tossico!) è un fiore meraviglioso a cui si aggiunge l’indubbio vantaggio di essere commestibile. E praticamente in ogni sua parte: il bocciolo, il fiore, i giovani getti ed anche il rizoma.

Qualche indicazione, sebbene in inglese, nonché il suggerimento per il modo di consumare i boccioli, si trova qui.

Ho trovato questo scrigno di bellezza nel nostro nuovo giardino e non ho resistito alla tentazione: i fiori aggiunti alle insalate hanno un sapore molto delicato, perfetto per smorzare i toni di foglie dal sapore più marcato (in foto, con la fortissima rucola del nostro orto, accompagnato da crackerini fermentati di mandorle e di boulgur).

Il rizoma non l’ho ancora assaggiato, dal momento che non ho intenzione di sradicare una pianta ora, ma conto di poter scrivere qualcosa in autunno!

La vera goduria per me sono stati i boccioli fiorali ancora chiusi: saltati con un poco di olio e di sale si sono rivelati una delizia che è piaciuta anche a Zoe! Solitamente restia alla verdura in generale e alle novità sopratutto.

Aspetto di raccoglierne qualcuno in più per metterli in salamoia e provarli anche fermentati! Se qualcuno si lancia prima di me, fatemi sapere!

varie, yoga

Ashtanga yoga e me

Voglio scrivere un piccolo tributo allo yoga. Unica pratica che mi ha dato la voglia di alzarmi all’alba e di trovare una costanza che non credevo di avere.

Sono lontana dal terminare anche solo la prima serie dell’ashtanga yoga, ma non è dove arriverò (o meno) a darmi tanto: è la strada che sto facendo. E’ il come lo sto facendo.

Fossero anche solo i saluti al sole a vita, fatti restando sempre nel respiro, con devozione e con costanza, sarebbero già un dono, sia dal punto di vista fisico che spirituale.

Una delle caratteristiche di questa specifica pratica yoga (invito alla lettura anche solo della pagina wiki linkata, per farsi una idea di quanto vasto sia il significato di questa parola) è la forte-apparentemente- componente fisica: a prima vista, sembra tutta ginnastica. Si suda, ci si stanca. Gli ashtangi avanzati sono francamente atleti di alto livello e osservarli in video può essere estremamente affascinante, ma anche far erroneamente credere che se non si arriva “lì” non si può fare yoga.

Pattabhi Jois usava dire, e suppongo sia la sua citazione più famosa: lo yoga è 99% pratica, 1% teoria. Pratica pratica pratica.

La principale critica che leggo rivolta all’ashtanga (ma in generale valida per tutto l’hatha yoga così come accessibile in occidente) è proprio il fatto che si tratti solo di “fisico”.

E la mia -ripeto, mia personale- esperienza è però che mi serva proprio partire da qui, dal corpo. Dall’accettare il corpo. Dallo stimare il corpo. Dal ringraziare il corpo. E anche dal dargli un poco di ficucia. E’ letteralmente il terreno di partenza per pensare di poter lavorare su pratiche più difficili, come la meditazione (con tutti suoi benefici effetti ormai dimostrati anche dal punto vista scientifico).

E fare attività fisica, in ogni caso, fa bene alla salute. Ci dicono che camminare 30′ al giorno migliora la nostra salute, ma 40′ offre il doppio del beneficio! Una ora di attività fisica al giorno è ok, ma 90′ sono ancora meglio! Qui i dettagli nel video sempre magistrale di M. Greger.

Appurato che se anche si trattasse “solo” di attività fisica, sarebbe in ogni caso sano, utile, economico e completo. E’ davvero solo questo?

No, perchè l’attenzione data alla coordinazione del respiro è un aspetto centrale nello yoga, ma trascurato invece in molte discipline sportive e il controllo del respiro offre tutta una serie di benefici come raccontato per esempio qui o qui.

Ma ancora: la pratica è una forma di meditazione. Ed ecco perchè la sequenza è sempre la stessa.

Forse questo è l’aspetto che più mi ha stupita e conquistata.

Se guardi un video o ascolti un insegnante, sei concentrato sulle sue parole, osservi la sua posizione; anche quando si conoscono i nomi e gli allineamenti di ogni posizione, la tua mente è rivolta fuori. Quale sarà la prossima posizione indicata? O se pratichi in autonomia, cosa faccio adesso?

E invece nell’ashtanga yoga, una volta imparata la sequenza, il tuo corpo e la tua mente sanno cosa fare e dove rivolgere lo sguardo. La mente può cominciare a restare focalizzata sul respiro -udibile dal momento che è ujjay– e l’attenzione è rivolta all’interno.

Senza tante parole, piano piano, si costruisce quello che le spiegazioni teoriche chiamano dharana. Certo magari non subito, non tutto il tempo. Ma piano piano a volte scopri che eri semplicemente lì. Tu, il tuo respiro e niente altro.

La costanza fisica mi ha insegnato la costanza anche per una pratica spirituale.

E in tutto questo, la pratica è sempre diversa. Ogni volta che ho parlato con qualcuno che pratica ashtanga, questo aspetto salta fuori: la noia non c’è, perchè ogni giorno è diverso, ogni giorno il tuo corpo ti comunica qualcosa di diverso e oggi stai alla grande in un modo, domani quello stesso asana ti sarà difficilissimo. O viceversa.

Per chi tende ad evitare le difficoltà eccessive, il vantaggio è ulteriore: ogni giorno trovi anche l’asana che magari ti è un po’ antipatico. Che risulta più difficile. Non può scattare la trappola psicologica del “lo faccio un’altra volta”. Ogni giorno sul tappetino si fa un piccolo esercizio di sfida ai propri limiti. Non importa quali siano.

Ogni giorno si fa anche un piccolo esercizio di moderazione dell’ego, perchè quando ho tanto pensato di volere arrivare a un certo punto in una posizione, il mio corpo mi ha fatto chiaramente capire che era meglio non darsi tante arie.

Ma pensavo anche di non poter mai fare alcune cose e poi un giorno, semplicemente respirando, le ho fatte.

Forse alla fine, è proprio solo tutto qui: ogni giorno è IL giorno, ogni respiro è IL respiro presente. Uno due tre quattro cinque.

Uno due tre quattro cinque.

 

 

 

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Salsa di ortiche

Esperimento improvvisato di salsa alle ortiche!

L’inizio della primavera è stato caldo, ma ora è tornata l’aria fresca e una polenta di mais pignoletto rosso è di nuovo estremamente piacevole.

Per sfruttare un po’ le erbe di campo primaverili ho pensato di provare ad accompagnarla con ortiche e le ultime nocciole dello scorso anno.

Come sempre la mia prima regola è la semplicità e la velocità, quindi, per una persona: una cipolla, un bel mazzo di cime di ortiche, un cucchiaio circa di nocciole tostate, brodo vegetale quanto basta (o acqua e dado vegetale, possibilmente fatto in casa 😉 ) e infine due cucchiai di pastella di farina di ceci.

Per la polenta dipende dal tipo di farina di mais utilizzata, seguite la vostra ricetta!

Ho fatto appassire il tutto per pochi minuti, aggiunto la pastella di farina di ceci -che era in fermento per un’altra preparazione, se non ne avete di pronta è sufficiente stemperare un cucchiaio di farina di ceci nel brodo- e ne ho poi frullato una parte.

Ho scelto di conservare qualche cima di ortica e nocciola intere, ma naturalmente è possibile decidere di ridurre tutto in crema.

L’aspetto è orribile, me ne rendo conto: io sono una pessima fotografa e un blob con salsa aliena non si presta particolarmente per chi ha scarse doti estetiche.

Ma il sapore è piacevole! Le nocciole a mio avviso si sposano perfettamente con il sapore un po’ rustico della polenta. Le ortiche sono saporite, ma delicate e non amare, quindi apprezzate dai più.

Reso più cremoso (giocando semplicemente sulla quantità di brodo o con aggiunta di una verdura in crema, per esempio di zucchine) potrebbe essere un buon condimento anche per cereali in chicco o pasta!

Dal punto di vista nutrizionale, abbiamo un piatto saziante, ma molto leggero, estremamente digeribile, ricco in minerali forniti dalle preziose foglie verdi, come è possibile dedurre da questi valori.

 

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Kechek el fouqara

Trovate un po’ di informazioni su questo particolarissimo cibo fermentato qui e qui.

Sicuramente è un po’ presuntuoso da parte mia dare questo nome alla preparazione: non ho mai potuto assaggiare l’originale e senza ombra di dubbio devo ancora lavorare sulla consistenza finale (trovandomi un impasto un po’ troppo bagnato, ho messo brevemente in essiccatore le palline di nonformaggio e questo ha causato le zigrinature superficiali visibili nelle immaggini).

Il sapore è decisamente, fermentato! Richiama da vicino quello di alcuni formaggi.

Sono un accompagnamento perfetto per una bella insalata mista o per testare confetture che andrebbero accompagnate a formaggi saporiti.

La fermentazione sicuramente aumenta le qualità nutrizionali del grano, anche se non mi sono note analisi nutrizionali specifiche.

La ricetta di base è semplicemente bulgur, acqua e sale. Anche se tradizionalmente vengono anche aggiunte varie spezie all’impasto finale. Infine olio a coprire per la conservazione.

Io ho lasciato fermentare il bulgur in acqua salata per 3 settimane, scuotendo regolarmente il barattolo di ammollo, per evitare la formazione di lieviti in superficie e muffe.

A fermentazione avvenuta (l’odore diventa abbastanza caratteristico e leggermente pungente) ho scolato l’acqua in eccesso e impastato le palline con le mani. Come accennato mi sono trovata con una consistenza un po’ troppo umida e per rendere un poco più compatti i formaggini li ho messi alcune ore in essiccatore, prima di metterli sotto olio extra vergine di olive.

Gli ingredienti e il procedimento di base sono quindi estremamente semplici, ma credo che la manualità e sopratutto l’occhio alla giusta consistenza richiedano invece una lunga esperienza e svariati tentativi!

Buone sperimentazioni!

 

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Zuppa acida

wp_20170120_19_06_58_pro-2Ecco un modo eccezionale per usare l’avanzo di pasta madre!

Ho preso spunto dalla Zurek, o minestra acida di segale, tipica della Polonia.

E’ possibile far fermentare apposta una pastella di farina di segale o, molto più comodamente, utilizzare la pasta madre che avanza dopo il rinfresco -se non dovete fare il pane o ne avete troppa, esattamente come per i pancake o frittelline di PM–  e preparare una deliziosa minestra acidognola e saporita!

Io ho seguito la ricetta “tradizionale”, carni aggiunte a parte, solo la prima volta. Ora semplicemente utilizzo la pastella diluita (e di qualunque cereale) come base per deliziose zuppe.

Nella foto la PM era a base di farro monococco e grano saraceno (io rinfresco con quello che mi capita sotto tiro, sono molto poco professionale e costante). Alla pastella ho aggiunto anche un poco di farina di ceci ed ho lasciato questo impasto a temperatura ambiente ancora per un paio d’ore, per lasciar proseguire la fermentazione.

In pentola ho fatto appassire taaaanta cipolla e aggiunto patate e rape a dadini. Aggiustato di sale e pepe.

Quando le eventuali verdura o cipolla sono teneri, aggiungete la pastella, allungatela quanto basta -anche parecchio, con acqua o brodo secondo i vostri gusti, perchè cuocendo ovviamente l’amido gelatinizza e aumenta la viscosità- e terminate la cottura.

Io adoro la combinazione cipolla/cereale leggermente acido e paprika affumicata, ma davvero gli aromi potete sceglierli e abbinarli come più vi aggrada!

Un piatto unico nutriente, digeribile e completo.

Accompagnatelo con una buona dose di verdura a foglia verde o una insalatona e la cena è servita.

 

 

 

 

dolci

Tiramisù

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Questo era un tiramisù.

Non perdo tempo con giri di parole, perchè la ricetta non è mia, pertanto rimando subito al blog da cui l’ho tratta, il bellissimo VeroVegan, dove ho trovato la facilissima -ma ottima- ricetta per un tiramisù a prova di negati che prevede soli 5 ingredienti!

E’ piaciuto a entrambi i bimbi (e ai genitori), ma avviso subito che NON si tratta di una ricetta da tutti i giorni, nemmeno da tutte le settimane magari 😀

Insomma, perfetto per le feste!

Buon Natale a tutti!

 

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Pancake di grano saraceno

wp_20161110_16_53_08_pro-2Back to basic: la più classica e semplice delle ricette con semplice farina di grano saraceno.

La merenda è più divertente se possiamo spalmare il malto o il tahin sulle frittelline appena fatte.

La salute guadagna con una leggera fermentazione della pastella (io aggiungo sempre all’impasto un cucchiaio di pasta madre di farina di riso e un pizzico di sale, poi lascio riposare almeno qualche ora)!

La pastella deve essere abbastanza liquida: mescolabile con un mestolino, che utilizzo anche per versare in padella.

Per cuocere senza grassi importante attendere che il tegame sia ben caldo e non farsi vincere dalla tentazione di girare i pancake prima che siano ben cotti sotto!

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Persiana

Un titolo facile e un libro magnifico!

Persiana per quanto mi riguarda è un piccolo capolavoro, nonostante i molti adattamenti, ma tutti semplici, che devo apportare alle ricette.

Avviso subito che si tratta di un libro di ricette onnivore, quindi  siate preparati a trovare anche ricette di carne. Ma per me rimane utilissimo ugualmente ed ho preso inspirazione copiando la preparazione e le spezie per preparare sostituti vegetali.

Altre ricette sono naturalmente vegan o facilmente modificabili: lo yogurt si sostituisce senza nemmeno pensarci.

Dai mezzè ai dolci, l’autrice ci guida con gentilezza e facilità nei sapori della cucina persiana, spesso utilizzando pochi ingredienti e senza spezie strane o difficili da reperire.

Ho provato ormai diverse ricette -a tutte riducendo i grassi però, spesso l’utilizzo dell’olio è davvero abbondante- e tutte sono piaciute e riuscite.

Consigliatissimo!

 

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Base cremosissima senza grassi

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Nessun merito è mio, ma idea e ricetta qui: http://www.youcefbanouni.com/1320/low-fat-dips-vegan-oil-free-wholefoods/

Una idea facile, semplice e per questo geniale per avere una crema cremosissima e del tutto priva di grassi: banane verdi o platano bollite e frullate.

La ricetta nel link invita a provare una maionese senza grassi e pertanto si aggiungono aglio essiccato, succo di limone o aceto di mele e acqua quanto basta per frullare.

Ma questa “base” è neutra e si presta altrettanto bene per creme dolci (mi vengono in mente al volo cacao o farina di carrube con poco malto) o salse di vario genere, per esempio un guacamole senza avocado 😉

La consistenza è esageratamente cremosa, tanto che ho dovuto aggiungere parecchia acqua.

E in frigorifero, se non consumate tutto subito, avrete un ulteriore addensamento, diventa letteralmente un budino abbastanza solido e decisamente compatto.

C’è di che far lavorare le meningi e inventare ricette!

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L’orto già salsamentario

Orbene, sono in super megagalattico ritardo!

Ho avuto il piacere di cenare presso L’Orto già salsamentario ormai diverse settimane fa. Al momento sono chiusi per meritatissime ferie e non so se alla riapertura il menù offrirà ancora le medesime scelte o meno.

Ma è consigliatissimo!

Siete turisti e fate due passi in Torino? Non potete evitare di passeggiare lungo il Po’ e vedere la Gran Madre e se siete da quelle parti all’ora di cena, o all’ora di pranzo o la domenica più o meno tutto il giorno (c’è il brunch!) siete nella zona giusta per assaggiare la cucina di Eduardo!

Le immagini -nonostante la pessima qualità del mio telefono e la fretta di assaggiare- parlano da sole e danno una bella carrellata di quanto possibile assaggiare.

Gli abbinamenti sono fantasiosi, rimanendo delicati ed adatti anche ai palati meno “coraggiosi” (portate con voi in tutta tranquillità l’amico onnivoro e scettico 😉 ), i piatti spaziano dal tutto crudo al cotto evergreen (come le patate al forno di contorno, perfette se avete al seguito bambini difficilini!).

Le porzioni sono generose e il gusto ovviamente eccellente!

Anche il locale è davvero carino, stile semplice e lineare, che a me piace molto.

Non posso che invitarvi ad andare, alla prima occasione per una pasto speciale 😀